RETINITE PIGMENTOSA:NUOVE FRONTIERE

Nuove frontiere stanno per essere varcate nella battaglia contro la retinite pigmentosa. Come conferma un articolo della Iapb che qui riportatiamo integralmente.

Una protesi retinica organica ha restituito parzialmente la vista a cavie animali con retinite pigmentosa.

Senza i nostri fotorecettori non potremmo percepire ciò che vediamo. Chi è affetto da retinite pigmentosa inizialmente non riesce più a vedere alla periferia del proprio campo visivo e, quando c’è poca luce, ha difficoltà di percezione delle immagini. Ad oggi però non esistono ancora trattamenti efficaci. La degenerazione dei fotorecettori retinici è una delle principali cause di cecità negli esseri umani.

Una nuova speranza arriva da un’importante sperimentazione guidata dall’Istituto italiano di tecnologia di Genova (ITT), che l’ha condotta su ratti e ora punta già a test sugli esseri umani. Questa versione d’“occhio bionico” non prevede né occhiali speciali né telecamere esterne.

Scrivono i ricercatori italiani:

Il recupero della funzione visiva è accompagnato da un aumento dell’attività metabolica basale della corteccia visiva primaria, come dimostrato dalla tomografia a emissione di positroni. I nostri risultati evidenziano la possibilità di sviluppare una nuova generazione di protesi fotovoltaiche per impianti subretinici, completamente organiche, altamente biocompatibili e funzionalmente autonome, per trattare la cecità degenerativa.

Quanto è durato l’effetto positivo? “Analisi elettrofisiologiche e comportamentali – scrivono i ricercatori su Nature Materials – hanno rivelato un recupero di sensibilità alla luce e acuità visiva dipendente dalla protesi che è persistito fino a 6-10 mesi dopo l’intervento chirurgico”.

Per valutare l’attività retinica dopo l’impianto di protesi retinica artificiale gli scienziati hanno valutato, tra l’altro, la reattività pupillare: avendo recuperato parte della sensibilità visiva, la pupilla delle cavia si contraeva quando l’occhio veniva esposto a flash. Per utilizzare questo tipo di protesi occorre che i danni siano limitati ai fotorecettori, mentre il nervo ottico, la corteccia cerebrale e le altre strutture anatomiche coinvolte devono essere perfettamente integre e funzionanti.

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